I sandali della collega
Un racconto erotico sui piedi — quello che succede quando non riesci più a guardare altrove.
Sara portava quei sandali neri con il cinturino alla caviglia. Li portava da giugno, da quando in ufficio avevano acceso l’aria condizionata e lei aveva smesso con le sneaker. Non erano niente di speciale — una suola piatta, due fasce di pelle, lo smalto bordeaux che spuntava appena. Ma per Andrea erano diventati un problema.
Il problema era che la scrivania di Sara stava a tre metri dalla sua. Il problema era che Sara aveva l’abitudine di slacciarsi il sandalo destro durante le call lunghe e far dondolare il piede nell’aria — la pianta che si scopriva, le dita che si piegavano piano, il tallone che scivolava fuori. Lo faceva senza pensarci. Andrea non riusciva a pensare ad altro.
Non era la prima volta che i piedi di una donna gli facevano quell’effetto. Aveva convissuto con questa cosa da quando aveva quindici anni e sua cugina si era tolta le infradito in piscina. Ma non ne aveva mai parlato con nessuno. Non era il tipo di cosa che racconti ai colleghi alla pausa pranzo.
Con Sara era peggio del solito. Non erano solo i piedi — era tutto il pacchetto. Il modo in cui rideva piegando la testa. La voce bassa al telefono. Le mani nervose quando scriveva. E poi quei piedi. Quelle dita. Quel sandalo che cadeva e veniva ripescato con un movimento del piede che ad Andrea faceva saltare il cuore.
La sera dell’aperitivo aziendale cambiò tutto. Fine progetto, bar in centro, troppo vino per tutti. Andrea era seduto su uno sgabello al bancone e Sara era sul divanetto dietro di lui con due colleghe. A un certo punto sentì qualcosa sfiorargli il polpaccio. Guardò giù. Era il piede di Sara — senza sandalo, nudo, che gli toccava la gamba senza nessuna ragione apparente.
Alzò lo sguardo verso di lei. Sara parlava con le colleghe, come se niente fosse. Ma lo guardò per un secondo. Un secondo solo, con un mezzo sorriso che diceva: lo so che ti piace.
Andrea non si mosse. Il piede rimase lì, premuto contro il suo polpaccio, caldo anche attraverso il tessuto dei pantaloni. Durò forse trenta secondi. Poi Sara ritirò il piede, si rimise il sandalo e tornò a parlare di scadenze con le altre.
Andrea uscì dal bar con le mani che tremavano.
Il lunedì dopo, Sara arrivò in ufficio con un paio di sandali diversi. Aperti davanti, con le dita completamente esposte. Lo smalto era nuovo — rosso vivo, non più bordeaux. Si sedette alla scrivania, incrociò le gambe, e lo guardò dritta negli occhi.
«Ti piace il colore nuovo?»
Andrea deglutì. «Sì. Sta bene.»
Sara sorrise e non aggiunse niente. Ma da quel giorno le cose cambiarono. I sandali che cadevano diventarono più frequenti. Il piede che dondolava stava puntato verso di lui, come per caso. Una volta, mentre lui le passava un documento, Sara gli appoggiò il piede sul ginocchio — sotto la scrivania, dove nessuno poteva vedere — e lo tenne lì per cinque secondi prima di ritirarlo con un sorriso innocente.
Andrea stava impazzendo. Non capiva se fosse un gioco, una provocazione o un invito. Non capiva se Sara sapesse davvero cosa gli faceva o se stesse solo scherzando.
Lo capì il giovedì sera.
Erano rimasti soli in ufficio. Succedeva a volte — il progetto richiedeva ore extra e gli altri se ne andavano prima. Sara era al computer, scalza. I sandali abbandonati sotto la scrivania, i piedi nudi sul pavimento freddo dell’ufficio.
«Andrea.»
Lui alzò la testa dal monitor.
«Chiudi la porta.»
Lo disse con la stessa voce con cui chiedeva i file Excel. Normale. Calma. Ma qualcosa nella frase non era normale per niente.
Andrea si alzò e chiuse la porta. Quando si voltò, Sara aveva girato la sedia verso di lui. Le gambe accavallate, un piede che dondolava nell’aria. Lo smalto rosso brillava sotto la luce al neon.
«Lo so che li guardi. Li guardi da tre mesi. Non serviva che me lo dicessi — si capisce da come mi fissi quando mi tolgo le scarpe.»
Andrea sentì il sangue salirgli al viso. Non trovò le parole.
«Non mi dà fastidio,» continuò Sara, abbassando il piede fino a sfiorare il pavimento con le dita. «Anzi. Mi piace sapere che qualcuno nota i miei piedi. Che qualcuno li vuole. La maggior parte degli uomini non guarda sotto le caviglie.»
Andrea si avvicinò. Restò in piedi davanti a lei, col cuore che batteva così forte da sentirlo nelle orecchie.
«Mettiti giù,» disse Sara. Non era un ordine. Era un permesso.
Si inginocchiò. I piedi di Sara erano lì — a dieci centimetri dalla sua faccia. Piccoli, con le dita dritte, le unghie perfette. Sentì l’odore — leggero, caldo, un misto di pelle e del cuoio dei sandali che aveva portato tutto il giorno. Non era profumo. Era lei.
Le prese il piede destro con entrambe le mani. Le dita gli tremavano. Sara non si mosse. Lo guardava dall’alto, seria, con gli occhi leggermente socchiusi.
Andrea baciò il dorso del piede. Piano. Le labbra premute contro la pelle tiepida. Sentì Sara trattenere il respiro — un suono piccolo, quasi impercettibile, che gli fece capire che non stava giocando.
Baciò un’altra volta. Più in basso, verso le dita. Poi ancora, sulla pianta, dove la pelle era più morbida. Sara piegò le dita intorno alle sue labbra — un gesto istintivo, di chi scopre una sensazione nuova e ci si aggrappa.
«La lingua,» disse Sara. Quasi un sussurro.
Andrea passò la lingua sulla pianta del piede, dal tallone alla base delle dita. Il sapore era salato, appena percettibile. Salì tra l’alluce e il secondo dito, lento, e Sara fece un verso che non gli aveva mai sentito fare — un gemito trattenuto, come se le avesse toccato un punto che nessuno toccava mai.
Passò venti minuti così. In ginocchio sul pavimento dell’ufficio, con la bocca sui piedi della collega che desiderava da mesi. Leccava ogni dito come se avesse tutto il tempo del mondo. Sara si era lasciata andare sulla sedia, gli occhi chiusi, una mano che gli accarezzava i capelli ogni tanto — un gesto che era ricompensa e controllo allo stesso tempo.
Quando si fermò, Sara lo guardò e disse solo: «Domani mettiti la camicia blu. E domani sera restiamo di nuovo.»
Andrea annuì. Non gli serviva sapere altro.
Il venerdì tornarono a casa separati, come sempre. Ma Andrea sapeva che qualcosa era cambiato — non solo tra loro, ma in lui. Per la prima volta in vita sua aveva vissuto quello che fantasticava da anni. E non si vergognava. Non c’era niente di cui vergognarsi.
Quello che gli restò impresso non fu il momento in sé — fu il verso che Sara aveva fatto quando la lingua gli era scivolata tra le dita. Quel verso significava che non era solo: anche lei ci aveva trovato qualcosa. Non era un favore, non era una concessione. Era piacere condiviso.
E quello, per Andrea, valeva più di qualsiasi altra cosa.
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